lunedì 14 ottobre 2013

Attraverso il velo della distanza tra la mano e la chiave
tra la serratura e la maniglia della finestra.
Apro usci e vetri, faccio spazio vicino al muro
nell'angolo più lontano del giardino.
Sposto sassi, foglie, rametti, catalogandoli in un album senza elastici e spirali.
Così come vengono, su fogli ingialliti e dai bordi irregolari.
Non ho una fiammella per fondere la ceralacca e chiuderli in una cartellina.
Rimangono raccolti ma liberi. Liberi di decidere a quale vento abbandonarsi.
Con il loro peso variabile, i residui di terra, di clorofilla, di inchiostro.
Non servono scale per raggiungere
e superare i cocci di vetro
cementati sul colmo dei muri.
Ci si vola sopra se si vuole veramente, come delicati aquiloni.
Poco importa che si strappino fili e si graffino i colori.
Come i fogli racchiusi che attendono il vento giusto per librarsi e cantare i loro alfabeti.
Senza preoccuparsi dei rischi e delle minacce dei roseti di spine di sotto.



martedì 17 settembre 2013

La Barca


Abbiamo sollevato una barca, una nave.
Orgoglio italiano!
Sarebbe stato meglio che l'orgoglio italico si fosse manifestato nel non andare a naufragare e uccidere persone. In regole precise e controlli accurati, puntuali.
Sto immaginando uno scenario simile a Venezia con quei giganti stile Mac Donald che attraccano vomitando turisti lungo Riva degli Schiavoni.
Orgoglio italiano che si vanta nel mondo sollevando il dinosauro del pressapochismo, della superficialità, del degrado delle responsabilità costando pure una somma spaventosa.
E in tutto questo spettacolo di tecnologia, di sorrisi compiaciuti, di dichiarazioni e dirette si dimenticano le cose importanti e fondamentali.
Esattamente come i meccanismi perversi della politica e relativa informazione televisiva compiacente.
Ieri la nave oggi forse il messaggio televisivo a reti unificate di un pregiudicato.
Finito il primo tempo, un intervallo di calici, poi il secondo tempo.
Caccia esasperata della notizia.
Quella selva di micorfoni marchiati sotto la bocca di certe persone mi ricordano il circo, lo zoo.
Nemmeno le scimmie si accaniscono così tanto per le banane.
ma torniamo al punto.
Abbiamo sollevato una nave in diretta, abbiamo dimostrato tecnologia e capacità
( bisogna sempre comunque guardarci dentro per capire chi e come), quindi sono possibili altre cose.
perchè non salviamo Pompei? Perchè decine di chiese di Napoli cascano a pezzi e sono derubate di ogni tesoro per ritrovarli nelle aste in giro per il mondo? Perchè il territorio dopo due gocce d'acqua sanguina?
perchè gli asili crollano sulle teste dei bambini? Perchè si muore negli ospedali  per scarsa attenzione? Perchè le scuole sembrano edifici occupati? perchè vengono tagliati trasporti e negozi chiudono?
Perche le fabbriche chiudono senza la minima mobilitazione?
Perchè le "eccellenze" non lo sono? perchè gli artigiani muoiono senza trasmettere ai posteri,con danni irreparabili alla cultura, la loro sapienza e l'anima di un paese?
Perchè i terremoti e gli incendi ci sorprendono?
perchè si continua a costruire quando esiste mezzo paese sfitto?
I perchè sono tanti e irrisolti.
Mettiamoci una cravatta, un paio di tacchi a spillo e sfoderiamo il nostro sorriso migliore quando serve, sicuri che nulla cambierà perchè sono cose sempre troppo grandi e stiamo invece davanti alla televisione ad ascoltare Piazza Pulita, In Onda, Ballarò, Servizio Pubblico, La Gabbia... e mille altri, sicuri come sempre di cosa sia giusto o sbagliato.
Sulla carta, su facebook, su twitter e quasi mai nella vita.

giovedì 2 maggio 2013

Fatti.

Sempre più spesso si leggono notizie sui giornali e si ascoltano in televisione fatti di disperazione e suicidi, di abbandoni e crudeltà. Di atti di follia. Contro sè stessi, contro bambini, mogli, compagne, genitori, animali.
Terribili cose che colpiscono come martelli pesanti il cuore e i pensieri.
Fatti che scatenano indignazione, condanne, paura, solidarietà immediata, critiche, accuse e cori di commenti e partecipazione che spesso evaporano come nebbia al sole.
Come se quanto ogni volta accade non abbia una storia, una faccia che si incontra per strada ogni giorno quando vai a comprare il pane o i giornali. Non abbia il suono sgradevole di  urla da finestre chiuse, di pianti frequenti. Il buio di porte troppo spesso sprangate. Di catene troppo corte nei giardini e nei cortili.
Come se tutto possa accadere da un giorno all'altro, senza segnali, senza profumi e suoni.
Io penso che non sia così. Penso anzi che molti dei fatti terribili che accadono e angosciano mandino volenti o nolenti dei segnali di fumo molto visibili. Il fatto è che il più delle volte si gira la testa dall'altra parte, si chiudono le orecchie.
Si vuole fermamente credere che le cose si aggiustino da sole.
Invece no.
Condividere condanne anonime in mezzo ad una folla di parole è onesto ma anche più facile che alzare la propria unica voce nel silenzio rimbombante del deserto delle opinioni e delle reazioni.
Io credo che l'uomo stia diventando cieco nei confronti dell'umanità, degli altri, riconoscendo che è comunque meravigliosamente in grado, ma sempre più raramente, di esprimere miracoli.
Quando muore un bambino in questo "patinato" occidente, "primo" mondo, è veramente terribile.
Vengono le lacrime agli occhi con  sincera, profonda e sofferta condivisione.
Quando muoiono migliaia di bambini ogni anno per la siccità in Africa o sotto le bombe siriane o afghane è un dramma statistico. La terribile definizione di "vittime collaterali" è entrata nel gergo comune dell'informazione e purtroppo del pensiero.
Quando viene uccisa una donna in una famiglia malata è un delitto ignobile. Vile e codardo di uomini che spesso lavorano, vanno al bar a ridere con gli amici, si vantano e si credono quello che non saranno mai e pretendono ciò che mai avranno diritto, il rispetto.
Quando sentiamo guaire un cane o miagolare in modo strano un gatto pensiamo il più delle volte che sia la natura.  
Quando ascoltiamo le urla in case vicine, più spesso chiudiamo le orecchie con doppi filtri per non sentire piuttosto che prendere in mano un telefono.

Non voglio nemmeno prendere in considerazione l'aspetto morboso e vigliacco di una buona fetta della popolazione che fa gite curiose o si appassiona a fotografie, plastici, alla ricerca di una ragione inutile e volgare e di una certa informazione, peggiore del suo pubblico, che la asseconda.
Ancora peggio chi, per difendere posizioni, privilegi e ruoli servili, ne sfrutta l'aspetto emotivo e politicamente mediatico.

Amen.

venerdì 12 aprile 2013

Briciole


E' come raccogliere le briciole dalla tovaglia dopo la cena.
Con la mano aperta spazzolo lentamente la tavola, raccolgo nel palmo i piccoli resti, apro la porta, esco e li appoggio su un davanzale o sul tavolino.
Consapevole di essere troppo stanco per alzarmi l'indomani e vedere in tempo reale chi potrebbe approfittarne.
E' diventata una mia abitudine con qualunque stagione.
Ho riflettuto sul fatto che se esiste una abitudine, mia, volontaria e che riceve risposte, (la pulizia minuziosa che trovo al mattino) creo delle attese.
Ci sarà qualcuno, provvisto di ali, che ha fatto i suoi calcoli ed invece di volare il lungo ed il largo affidandosi ad una fortuna quotidiana non certa, consumando energie quando è freddo oppure piove, decide di concentrarsi sulla costruzione del nido sapendo che ha un indirizzo dove potersi alimentare.
Trovo questa una splendida responsabilità che impegna ad una continuità di pensiero, memoria e azione.
Si potrebbe pensare che costruire una piattaforma ed allagarla di semini,quando non ci si è ogni giorno, possa essere una soluzione.
Ho verificato che non è così.
Arrivano in tanti è in pochi minuti tutto scompare e chi faceva i suoi conti sulle crosticine di pane non trova più niente.
Le briciole sono senza dubbio parte di un rapporto.
Senza clamori, senza esagerazioni.
Le briciole sono azioni silenziose, sono pensieri e domande e scarse risposte che tentano di essere comunque oneste.
Diffido delle grandi soluzioni, dei progetti di intervento, di motivazioni contingenti.
Penso che stiamo attraversando un periodo di grandi cumuli ovunque di semi anonimi.
Un saltellare da una mangiatoia all'altra con pali e paletti, casette, colori scelti in base a stili e mode passeggere.
Oggi si fanno donazioni seduti sul divano con un sms da due euro, un semino.
Va bene tutto, tutto è utile.
Oggi si può firmare qualunque petizione. Un nome, una mail, stando seduti su una comoda seggiola esattamente come altri stanno incollati sulle loro poltrone e parlano di responsabilità, di lavoro,di Paese. altro semino.

Quante cose possono partire da due briciole senza poi arrivare da nessuna parte.
Mi alzo presto al mattino e verifico che chi stava costruendo un nido contando sul palmo quotidiano più non passa.
Io non avendo ali, rimango inutile vicino al davanzale ed al tavolino.
Chi non si fida più, provvisto di ali, è ritornato alle sue ricerche quotidiane.
Mi auguro che siano sempre fortunate.

lunedì 11 marzo 2013

Reno


Ieri, nella nostra passeggiata serale, abbiamo visto galleggiare, morta, una delle anatre che affollano la placida ansa del Reno vicino ad un ridicolo ristorante cinese. 
Aveva il collo lungo, disteso. La testa immersa e le zampe raccolte rivolte al cielo sempre più grigio.
Pareva un pupazzo di gomma rotto, abbandonato da un bambino frettoloso stanco di giochi muti.
Non lo era.
Il compagno continuava a nuotarle accanto, in circolo, in attesa di un segnale ai suoi richiami per raggiungere insieme la postazione notturna.
Niente.
Solo i tonfi sordi sui massi dello sbattacchiare delle onde di chiatte che incrociavano nel mezzo.
Avrebbe passato l'intera notte li' accanto, seguendola, sgolandosi prima di andarsene, senza forse mai capire.
Niente potevamo fare, se non osservare, condividere.
Mi sono acceso una sigaretta e abbiamo proseguito verso la notte in discesa mentre una morbida corrente accompagnava il suo corpo.

venerdì 7 dicembre 2012

Una cosa antica.


Tu
Tu sai d'amore, quello vero
che può finire come è cominciato.
Tu sai di strada, quella vera
dove ritrovi impronte definitivamente perdute.
Tu sai di notti, quelle vere
delle quali oggi , bevendo, ci si ricorda.
Tu sai di silenzio, quello assoluto
ripiegato sul suo specchio
trascurando il linguaggio volgare e confuso del giorno.
Tu sai di attesa, quella eterna
dove si può solo raccoglie la carità di un ricordo.

martedì 6 novembre 2012

A Bernardo Bertolucci


Sapete una cosa? Certamente di scarsissima importanza. Ma a me dei Sallusti, delle Santanchè, del Trota e di quello che dice, di Maroni, del Clown, di Formigoni e delle sue eccellenze, dell'ironia "intelligente" di D'Alema, della Gelmini, della Polverini e le sue o condivise ostriche, di Alemanno dal cuore nero candeggiato, dei Renzi di adesso e di probabilmente dopo e mille altri fino al ridicolo di Scilipoti, non mi interessa più niente.
Non voglio che il mio impegno culturale e politico sia strumentale alla loro popolarità. 
Di conseguenza, pur nel buono di alcune trasmissioni che seguo con passione e cuore, quando vedró tra gli ospiti uno di questi spegnerò la televisione o i vari streaming, mi dispiace per i "buoni", ma leggerò, scriverò, sistemerò foto, coccolerò i miei gatti, cucinerò cose semplici e spero buone, parlando con le persone.


Era il 1980, forse l'81, non rammento bene l'anno ma ricordo dove ero, in che situazione e con chi.
A Parma, anzi meglio, a Torrechiara. Nella zona appena prima di Langhirano, dove si fanno prosciutti e salumi e vedi lunghi e alti edifici bianchi con mille finestre che si aprono e chiudono come girasoli verso le brezze delle colline, disegnate da filari e foschie, per respirare l'aria indispensabile alla giusta stagionatura.
Ero in una villa realizzata da un capace e "cortese"  architetto che si era ispirato per la progettazione al Castello del luogo. Vedetta silenziosa e sentinella di quelle terre da secoli.
Stavano girando un film, il regista era Bertolucci. "La tragedia di un uomo ridicolo".
Non uno dei suoi film migliori, acuto però nell'analisi dei personaggi come sempre.
Ugo Tognazzi, vincitore della palma d'oro a Cannes come migliore attore protagonista, nei panni di Primo Spaggiari, pur con qualche maschera di troppo, era credibilissimo. La voglia del personaggio di emanciparsi dagli odori dei caseifici, usando la ricchezza della sua casa e una moglie straniera ed elegante era, almeno al tempo, uso comune di coloro che, dopo essersi arricchiti nei modi più diversi, desideravano avere un "ritratto" un profumo nuovi.
Tra le righe della interpretazione di Tognazzi si percepiva a volte che pensava, secondo me, ad un altro film da lui girato nelle zone emiliane, dieci anni prima, "La Califfa", con la splendida Romy Schneider.
Un certo tipo di donna che, ne sono convinto, piace sicuramente molto anche a Bertolucci.
Le donne di Bertolucci sono in fondo quelle che scardinano i luoghi comuni degli uomini, le loro certezze e spesso, l'apparente fragilità con cui si propongono, nasconde una visione ed una profondità che va oltre gli eventi confondendo tempi e situazioni.
Qui ci sono una "Penelope" contemporanea con il corpo ed il cuore di Anouk Aimèe ed una Laura Morante di una bellezza selvaggia: Un anno prima che lavorasse con Moretti. 
Ma non è di questo che voglio parlare.
Volevo descrivere solo un istante di un regista, del suo modo di pensare e di vedere cose che altri non riusciranno a vedere mai sia sul set che al cinema, ma che contribuiscono al risultato completo del film.
In una selva di cavi, torri e riflettori, di gente che correva seguendo mappe e tracciati sconosciuti si stava preparando la scena in esterni del dialogo tra due personaggi in piano americano.
L'occhio di Bertolucci era incollato alla macchina da presa cercando il taglio migliore.
Sospese ogni azione e comunicò al suo aiuto di cosa aveva bisogno.
Io me ne ero accorto, avevo capito, lo avevo visto.
Non era un passaggio fondamentale per il film. Una inquadratura di pochi secondi.
Ma ogni cosa, ogni singolo dettaglio doveva essere perfetto e previsto nella misura in cui la cosa è praticabile in una visione artistica imperfetta ed oltre.  
Ha spedito un assistente ignaro, munito di radio, sulla collina di sfondo, circa 4/5 chilometri da dove si stava girando. Aveva visto un trattore che arava e voleva assolutamente comandare che questo transitasse tra i due volti in dialogo marcando duramente il solco profondo della incomunicabilità delle parole che i due attori dovevano recitare.
Secondo me è stato un colpo, tra tanti nei suoi film, di genio visivo. Probabilmente inutile dettaglio per ogni critica sul film nel suo insieme ma la prova concreta della differenza evidente tra un grande Regista e i professionisti della pellicola. Mi ha ricordato Ford. Che attendeva la nuvola giusta alle spalle dell'attore per riprendere uno sguardo.
La stessa sera, in un cinemino di Parma, il D'Azeglio, un cineforum, al tempo gestito da un prete, lontanissimo parente acquisito, davano Apocalypse Now di Coppola, con Storaro direttore della fotografia.
Io sono andato a vederlo. La sala era quasi vuota, il modo migliore per godere un film.
Nelle prime file però erano seduti alcuni membri della troupe.
Questo è vero amore per il cinema.
Lavorarci tutto il santo giorno e poi alla sera andare al cinema.
Qualche mese dopo, passo a pranzo da mia madre.
Mi dice appena entrato: ti ha cercato un certo Bernardo...!?
Io le rispondo: Bertolucci!
E lei replica: Ma chi? quello che ha fatto "novecento"?

La Storia, come tutte le storie è andata avanti,  non nei modi che avrei voluto.
Ma questo non è importante.