venerdì 7 dicembre 2012

Una cosa antica.


Tu
Tu sai d'amore, quello vero
che può finire come è cominciato.
Tu sai di strada, quella vera
dove ritrovi impronte definitivamente perdute.
Tu sai di notti, quelle vere
delle quali oggi , bevendo, ci si ricorda.
Tu sai di silenzio, quello assoluto
ripiegato sul suo specchio
trascurando il linguaggio volgare e confuso del giorno.
Tu sai di attesa, quella eterna
dove si può solo raccoglie la carità di un ricordo.

martedì 6 novembre 2012

A Bernardo Bertolucci


Sapete una cosa? Certamente di scarsissima importanza. Ma a me dei Sallusti, delle Santanchè, del Trota e di quello che dice, di Maroni, del Clown, di Formigoni e delle sue eccellenze, dell'ironia "intelligente" di D'Alema, della Gelmini, della Polverini e le sue o condivise ostriche, di Alemanno dal cuore nero candeggiato, dei Renzi di adesso e di probabilmente dopo e mille altri fino al ridicolo di Scilipoti, non mi interessa più niente.
Non voglio che il mio impegno culturale e politico sia strumentale alla loro popolarità. 
Di conseguenza, pur nel buono di alcune trasmissioni che seguo con passione e cuore, quando vedró tra gli ospiti uno di questi spegnerò la televisione o i vari streaming, mi dispiace per i "buoni", ma leggerò, scriverò, sistemerò foto, coccolerò i miei gatti, cucinerò cose semplici e spero buone, parlando con le persone.


Era il 1980, forse l'81, non rammento bene l'anno ma ricordo dove ero, in che situazione e con chi.
A Parma, anzi meglio, a Torrechiara. Nella zona appena prima di Langhirano, dove si fanno prosciutti e salumi e vedi lunghi e alti edifici bianchi con mille finestre che si aprono e chiudono come girasoli verso le brezze delle colline, disegnate da filari e foschie, per respirare l'aria indispensabile alla giusta stagionatura.
Ero in una villa realizzata da un capace e "cortese"  architetto che si era ispirato per la progettazione al Castello del luogo. Vedetta silenziosa e sentinella di quelle terre da secoli.
Stavano girando un film, il regista era Bertolucci. "La tragedia di un uomo ridicolo".
Non uno dei suoi film migliori, acuto però nell'analisi dei personaggi come sempre.
Ugo Tognazzi, vincitore della palma d'oro a Cannes come migliore attore protagonista, nei panni di Primo Spaggiari, pur con qualche maschera di troppo, era credibilissimo. La voglia del personaggio di emanciparsi dagli odori dei caseifici, usando la ricchezza della sua casa e una moglie straniera ed elegante era, almeno al tempo, uso comune di coloro che, dopo essersi arricchiti nei modi più diversi, desideravano avere un "ritratto" un profumo nuovi.
Tra le righe della interpretazione di Tognazzi si percepiva a volte che pensava, secondo me, ad un altro film da lui girato nelle zone emiliane, dieci anni prima, "La Califfa", con la splendida Romy Schneider.
Un certo tipo di donna che, ne sono convinto, piace sicuramente molto anche a Bertolucci.
Le donne di Bertolucci sono in fondo quelle che scardinano i luoghi comuni degli uomini, le loro certezze e spesso, l'apparente fragilità con cui si propongono, nasconde una visione ed una profondità che va oltre gli eventi confondendo tempi e situazioni.
Qui ci sono una "Penelope" contemporanea con il corpo ed il cuore di Anouk Aimèe ed una Laura Morante di una bellezza selvaggia: Un anno prima che lavorasse con Moretti. 
Ma non è di questo che voglio parlare.
Volevo descrivere solo un istante di un regista, del suo modo di pensare e di vedere cose che altri non riusciranno a vedere mai sia sul set che al cinema, ma che contribuiscono al risultato completo del film.
In una selva di cavi, torri e riflettori, di gente che correva seguendo mappe e tracciati sconosciuti si stava preparando la scena in esterni del dialogo tra due personaggi in piano americano.
L'occhio di Bertolucci era incollato alla macchina da presa cercando il taglio migliore.
Sospese ogni azione e comunicò al suo aiuto di cosa aveva bisogno.
Io me ne ero accorto, avevo capito, lo avevo visto.
Non era un passaggio fondamentale per il film. Una inquadratura di pochi secondi.
Ma ogni cosa, ogni singolo dettaglio doveva essere perfetto e previsto nella misura in cui la cosa è praticabile in una visione artistica imperfetta ed oltre.  
Ha spedito un assistente ignaro, munito di radio, sulla collina di sfondo, circa 4/5 chilometri da dove si stava girando. Aveva visto un trattore che arava e voleva assolutamente comandare che questo transitasse tra i due volti in dialogo marcando duramente il solco profondo della incomunicabilità delle parole che i due attori dovevano recitare.
Secondo me è stato un colpo, tra tanti nei suoi film, di genio visivo. Probabilmente inutile dettaglio per ogni critica sul film nel suo insieme ma la prova concreta della differenza evidente tra un grande Regista e i professionisti della pellicola. Mi ha ricordato Ford. Che attendeva la nuvola giusta alle spalle dell'attore per riprendere uno sguardo.
La stessa sera, in un cinemino di Parma, il D'Azeglio, un cineforum, al tempo gestito da un prete, lontanissimo parente acquisito, davano Apocalypse Now di Coppola, con Storaro direttore della fotografia.
Io sono andato a vederlo. La sala era quasi vuota, il modo migliore per godere un film.
Nelle prime file però erano seduti alcuni membri della troupe.
Questo è vero amore per il cinema.
Lavorarci tutto il santo giorno e poi alla sera andare al cinema.
Qualche mese dopo, passo a pranzo da mia madre.
Mi dice appena entrato: ti ha cercato un certo Bernardo...!?
Io le rispondo: Bertolucci!
E lei replica: Ma chi? quello che ha fatto "novecento"?

La Storia, come tutte le storie è andata avanti,  non nei modi che avrei voluto.
Ma questo non è importante.


      



martedì 30 ottobre 2012

Piccola, piccolissima politica


Sono una persona che non dispone della invidiabile qualità di avere la risposta pronta, secca, immediata, magari ironica e disponibile ad ogni calcolo. Conosco poco gli hastag le varie simbologie, tra chiocciole e cancelletti. Ho bisogno di tempo per sedimentare le cose, le idee, i fatti che accadono, chiudendomi quando posso in casa e avendo lo scomodo difetto però di una buona memoria e tanti appunti e ritagli.
Sono settimane che si parla di Sicilia. Ne parlano tutti. Dai leghisti (che dovrebbero silenziosamente preoccuparsi dei disastri interni e di quelli che fanno nelle zone che governano) ai neofascisti (incostituzionali), per la solita questione dei consensi e degli spazi che ognuno sta difendendo mentre i giochi, quelli veri, continuano con i soliti "candidi" del parlamento centrale e di quelli periferici.
Ho una nipote catanese e la questione mi prende .
Abbiamo un partito, l'Udc, attore e puparo di tutte le più scandalose scelte ed alleanze meridionali possibili che ora, in difetto di ossigeno appoggia un candidato di sinistra, dopo aver succhiato per anni il latte del demoberlusconismo, e "canta" vittoria.
Abbiamo trasmissioni e giornali che intervistano personaggi dimissionari indagati adeguandosi al codice del rispetto del potente. Non si ricorda mai perchè si è andati ad elezioni. Perchè il sospetto di mafia ha coinvolto i vertici, tutti. Vertici lasciati liberi di operare fino all'ultimo giorno e che lanciano ombre sinistre e avvertimenti anche sui futuri governi. La risposta quale è stata? Una conferenza stampa, ad essere rispettosi ridicola, dove si è solo detto che i panni sporchi si lavano in casa, che la divisione della destra concede spazio alla sinistra, di primarie come fossero un miracolo democratico, senza mai ricordare che il disastro, l'abisso è stato creato da chi ha governato fino ad ora negli ultimi 20 e più anni nell'isola e in Italia e la classe dirigente che si è dovuta dimettere è stata da loro prodotta.
Dalla democrazia cristiana, attraversando un partito che si diceva socialista al berlusconismo. Dal presidente del senato Schifani, nobile avvocato siciliano che ha piazzato i suoi in punti chiave all'impacciato segretario del partito di maggioranza che stenta ad imparare.
Si parla sempre del dopo. Mai di quanto fatto e accaduto. Non esiste la minima analisi di quello che è stato. Dei buchi, delle clientele, delle ruberie, delle promesse elettorali false, delle leggi votate. Si parla solo di soldi.
Si discute di pulizia, dalle scope leghiste alle ridicolaggini di Formigoni dietro alla sua scrivania tra una vacanza e l'altra.
Si è inventata la parola "moderati". La usano tutti da destra a sinistra. Ma chi sono? Chi continua a fare i propri affari e decide con chi stare in relazione ai propri utili? Io non ho mai parlato con qualcuno che mi abbia detto "io sono un moderato".
Ho parlato con molte persone che dicono che alcune cose della lega sono giuste ma non la votano, che Berlusconi si è fatto da solo (mi sono trattenuto), che alla crisi nessuno ci pensa, e che se uno qualunque, di qualunque schieramento sia, mette le luci nella galleria, fa una rotonda davanti al garage, sposta il locale rumoroso, sblocca la licenza, sono contenti, in un frazionamento polverizzato di un eventuale panorama alternativo.
La maggioranza fantasma, bisogna dirlo, ama il silenzio attivo, il sommerso produttivo e profondo. E' più preoccupata delle proprie case, delle macchine, delle personali vacanze, delle borse dei negozi di lusso portate a casa dai taxi, delle tasse, parola magica che accomuna tutti.  
Torniamo alle cose piccole.
Torniamo alle regioni, senza mai pensare che siamo una nazione e i problemi sono di tutti e siamo parte di  una Europa non solo per i privilegi ma anche per i doveri.
La Lombardia... regione "d'eccellenza" affogata nelle indagini, Emilia exrossa... con Parma grillina, Lazio... che fa le feste ed una ex governatrice che rilascia interviste su questioni di ostriche e cozze, Molise... che torna al voto, Trentino... dove vorrebbero in molti ritornare ad essere SudTyrol, Veneto... che sta perdendo i pezzi, Sicilia appunto, pur apprezzando i cambiamenti che non riesce a sganciarsi da una mentalità andreottiana.
Siamo messi male, molto male. E poi parliamo di stati esteri, della Germania, della Francia, Austria, dei paesi scandinavi. Ma quando si parla di questi paesi, non si deve pensare solo ai governi ma si dovrebbe riflettere che hanno cittadini, la maggioranza,consapevoli, partecipanti e attivi.
Noi parliamo di primarie ( sembra che le primarie siano delle elezioni nazionali invece sono solo votazioni interne di un partito), di Renzi, invitiamo la Santanchè stranamente calma e non volgare, folla di microfoni alle parole di Alfano...e tutti pendenti dalle parole di una persona, lo dico con rispetto umano, che se non fosse quello che è, avrebbe bisogno di una badante, magari rumena.
Basterebbe poco. Piccole cose. Il ritiro dalla vita politica di Casini, necessario insieme a quello di altri dinosauri convinti di essere attori di un videogame eterno. Di Pietro, che smettesse di vivere di rendita da "Mani Pulite" sentendosi il vergine del parlamento. Vendola che arrivi ad essere consapevole di poter correre da solo senza aver bisogno del meccanismo oliato delle alleanze. Un PD che ritorni ad essere un partito di sinistra vero in un'ottica nazionale ed europea.
Riguardo l'informazione mi piacerebbe avere dei confronti a due, con giornalisti indipendenti che non si preoccupassero degli ascolti e facessero domande forti, crude, quelle giuste, quelle da fare. Con la pretesa di avere risposte altrettanto dirette e brevi, senza premesse, preamboli, dettagli. Non i soliti Belpietro, Sallusti, Il foglio, editorialisti come oracoli che hanno visto tutto e sorridono dall'alto della loro esperienza e dei loro fondi. Mancano i politici in grado di sostenere una prova di questo genere e mancano allo stesso modo i giornalisti che stanno assomigliando sempre di più a coloro a cui si interessano.
Nessuno ha mai sottolineato che, leggendo i programmi, da quello firmato platealmente in diretta, quello del milione di posti di lavoro per intenderci, a tutti gli altri, affermano le medesime cose da anni senza aver mai attuato e concluso niente. 
Smettiamola di pensare che tutto ci debba essere servito su di un vassoio per diritto.
Molto del lavoro di molti deriva dal fatto che altri non fanno il proprio, compresa  politica e informazione.
  
  

martedì 9 ottobre 2012

Trucioli


Ragiono e agisco come un falegname...
Amo il profumo del legno e della resina. Mi piacciono gli incastri perfetti assecondando le venature, gli ostacoli dei nodi, la cura con cui si tende la cera affinchè il legno viva
un' esistenza lunga, morbida e lucente.
Ho imparato a rispettare le energie dei materiali e capire che quando è necessario uno sforzo eccessivo qualcosa di sbagliato esiste ed è concreta.
Mi piace ascoltare gli artigiani, i segreti antichi, che con riluttanza ti concedono goccia dopo goccia e fare cose nuove con contenuti anziani, magari bruttissime ma oneste.
Applico queste modeste teorie ed altre anche alle analisi delle vicende che mi accadono intorno, alle persone, alle idee, alla vita.

Mi stanno bene gli incontri di Cernobbio, di Cortina, di Cl a Rimini, Bruxelles, della BCE, delle Nazioni Unite, quelli di The World  Economic Forum, di Strasburgo fino a quelli di Pontida. le interviste imposte, le logiche perverse del marketing politico, perfino le ripicche delle prime donne dei partiti, le trasmissioni dei soliti ospiti noti, le "pacatezze" del governo tecnico, i luoghi comuni, le eccellenze finte, le dimissioni fasulle, i manifesti, le rassegne stampa, le ridiscese in campo, i balli in maschera, le gole urlanti che hanno niente da dire.

Ritengo però che per far capire bene le cose alla gente, gente fatta da persone, sia necessario esempio diretto non mediato, descritto, sponsorizzato, sostenuto e intervistato.
Il governo tecnico in carica, (così falsamente amato da maggioranza, opposizione e da un centro fantomatico ) e così pronto ogni volta a definire il suo ruolo indipendente dalla politica ma con tutti i privilegi, dovrebbe confrontarsi con il Paese. Trovare, tra tutti gli appuntamenti internazionali, nazionali e televisivi, regione per regione, in relazione all'estensione, l'occasione per incontri con le realtà locali.
Spiegare loro che sono purtroppo dove sono perchè il precedente governo ha miseramente fallito.
Falliti rimasti intoccati esattamente come prima, grazie ad una legge elettorare ad hoc, accordi ed equilibri disperati e che ha portato il Paese in 20 anni di governo al livello economico, morale, istituzionale più basso mai raggiunto dalla nostra Repubblica.
Non parlo solo di crisi, come fosse la scusa di qualsiasi azione, ma di persone, di azioni, di tempo usato, di parlamentari, sindaci, assessori, presidenti.
Non parlo di Democrazia, parola usata come fosse uno sbiancante per ogni azione.
Battere a tappeto la Nazione spiegando con parole povere cosa vuole dire " la fine del tunnel", cosa significa aver lasciato fare alla Fiat quello che ha fatto, perchè non si è agito con una patrimoniale, perchè lo spread è più importante di una, mille, milioni di pensioni. perchè il mercato globale è visto solo verso l'esterno e mai all'interno.
Non lo faranno, perchè semplicemente le forze politiche di prima, seconda e di mezza repubblica, di queste risposte non ne hanno data una e i tecnici faranno lo stesso.
Ogni giorno ci sono fatti nuovi, Taranto, la Sardegna, i cantieri navali, ma poi, scendendo sul piccolo, le scuole, gli asili, i parchi, le metropolitane, i trasporti pubblici, gli ospedali, i ricoveri, i cimiteri, le regioni.
Vedo sempre più spesso giornalisti con l'offesa facile, con il medesimo approccio e le stesse tecniche di chi vorrebbero mettere alla berlina, nella evidente paura di perdere un vasetto di fiori del proprio davanzale.
Ascolto sproloqui riguardo la scomparsa della differenza tra destra e sinistra.
Esistono differenze importanti ed indimenticate, fondamentali.
Per uno di sinistra un sindaco fascista è e deve essere inaccettabile.
Un governatore cattolico che dice quello che dice è una offesa alle intelligenze, alla fede ed alle sensibilità.
In una trasmissione televisiva assistere a dialoghi tra conduttore ed ospite, che si sono querelati e scandalizzati mesi prima per pestate di piedi , azzera il suo valore di obiettività.
Con i soldi pubblici degli abbonamenti Rai sopportare sul primo canale campagne elettorali mascherate da inchieste e analisi, è umiliante. Dopo venti anni, trent'anni, le stesse persone siedono su sedie che cambiano design e scenografie senza percepire nemmeno l'ombra del fallimento al quale hanno collaborato e continuano a parlare di Paese, di moderati, di rilancio, di moralizzazione.
Altro che maschere da maiali.
Sono di gran lunga più pericolose le facce dei finti onesti compresi gli elettori.
Dei burocrati con le loro cartelline in mano.
Dei medici che messaggiano durante i turni ospedalieri.
Degli insegnanti che non insegnano niente.
Dei genitori che aggrediscono gli insegnanti coerenti per aver avuto il coraggio di giudicare i loro i figli.
Degli imprenditori che parlano di lavoro per la crescita del Paese e spostano produzioni e fabbriche dove i lavoratori sono meno pagati e tutelati.
Dei proprietari di appartamenti che affittano 40 metri a dieci studenti o 20 cinesi a 200 euro ciascuno.
Dei giovani ( ne conosco purtroppo molti ) che vogliono il lavoro sottocasa, che non conoscono niente della storia recente e recentissima ma, indignati, sanno tutto del nuovo IPhone 5 e fra poco, non si capirà mai come, lo avranno.
Delle persone che vantano finto amore per gli animali e fanno offerte teatrali per un giorno e indossano montoni, pellicce, borse, stivali assemblati in estremo oriente forse da mani infantili.
Dei padri di famiglia che baciano le figlie minorenni e vanno in vacanza a Cuba, in Brasile, in Thailandia oppure guardano il lato b delle ragazzine quando sono al bar, ridendo con gli amici.
Non tutti sono così, certo,  ma anche tutti questi votano, eleggono, mandano in parlamento le persone che abbiamo e delle quali ci stupiamo, ci indignamo.
In fondo la classe politica non è altro che lo specchio reale e feroce del paese.
E questo Paese sta male, precipitato come è nella maleducazione, nella violenza del pensiero, nella volgarità.
Un Paese che riesce a guardare solo all'oggi educato come è stato educato, a colpi di scandali e furberie.
Un Paese che non è più capace di guardarsi intorno scorgendo un'ombra, uno sguardo, un colore, un sorriso.
Che litiga per ogni cosa, dal calcio alle precedenze agli incroci, dai parcheggi alle briciole di pane dei balconi. Ho come l'impressione che si stia arrivando al punto che "far del male" per molti, stia diventando gratificante. Che compensi carenze, desiderio di rivalsa, incomunicabilità.
Non tutti certo, lo ripeto con chiarezza ma è anche evidente che una gran parte dello stesso Paese si è ritirata nel silenzio, nella convinzione che qualunque azione sia inutile, inefficace.
Spero che non sia così. Mi auguro che la reazione non sia solo concessa a campagne elettorali, giornalisti affamati di popolarità, diffusione e ascolti, followers su twitter, "piace" su facebook ma anche nelle cose semplici, quotidiane. Quando si va a comprare un giornale, si attraversa una strada, ci si accomoda in un bar, si parla con un cliente o un collega.
Un "mi scusi", un "grazie", un sorriso, non costa assolutamente nulla e se è sincero, come un granellino, può mettere in atto un tranquillo smottamento verso il rispetto, verso un domani più fiducioso.  

mercoledì 12 settembre 2012

Terra, cibo,bombe, banche, politica e multinazionali


Terra...cibo, bombe, banche, ( le vedo insieme queste due parole che iniziano con la B), politica, economia e strategie multinazionali.
Africa, India, America latina, Cina e gli orti sui terrazzi dei palazzi.
Da una parte, in Europa, specialmente in Italia, distruggiamo ettari di campagne, azzeriamo habitat, lastrichiamo di cemento inutile ed incompiuto il territorio, imbrigliamo fiumi, perforiamo mari, provochiamo estinzioni ed emigrazioni, costruiamo ghetti...
Dall'altra, grandissime aziende sciagurate e banche criminali di potenti paesi nella sostanza "democratici" solo economicamente, comprano distese immense di suolo nei paesi più poveri e fragili della terra, cancellando ecosistemi, culture locali, trasformando quei luoghi in orti di casa con culture estensive e private.
Si accaparrano sorgenti e fiumi, ghiacciai ed acqua in una corsa verso conflitti inevitabili che non avranno più come centro il petrolio ma il bere, il mangiare.
Vengono alzati reticolati, ci saranno vigilantes a difesa del consumo più esasperato di pochi, ingigantendo la massa dei poveri, sfruttati e senza voce.
Fra non molto sarà il grano, il riso, l'acqua pulita, il mais, la soia il vero petrolio.
Saranno i minerali rari per i sistemi di comunicazione, telefonini, batterie i veri diamanti.
Fino ad ora le mille guerre di questi 60 anni di "pace" ci sono state per le materie prime indispensabili alle multinazionali chimiche, farmaceutiche, plastiche, per il commercio delle armi, gestite dall'alto da industrie, politici e lobbies in nome di una poco credibile difesa della democrazia.
I popoli le hanno sempre subite e pagate.
per sudditanza, ricatti, ignoranza, povertà endemica.
Ho la sensazione che in un futuro non molto lontano pane ed acqua scateneranno una folla di conflitti locali, sconosciuti e poco telegenici. Dal basso, da intere popolazioni mai aiutate prima e ancor di più sfruttate ora.
Rendendo sempre più fondo ed invalicabile il solco che divide paesi ricchi dai paesi più arretrati, usati come manovalanza a basso costo, esattamente come schiavi, per far arrivare prodotti alimentari su gli scaffali dei megacentri commerciali dei paesi occidentali. Prodotti che, statisticamente, si gettano e sprecano per più del 30 per cento.
Basta fare una passeggiata o un giro in bicicletta e dare un'occhiata, sul retro, nei containers dei grandi supermercati.
Intere partite di frutta, di verdura vengono giornalmente scaricate e dove i poveri della nostra società, fintamente opulenta, scavano alla ricerca di pomodori, melanzane, arance, mele, insalata.
Per tutto questo si abbattono ettari di foreste per fare spazio agli aratri, si soffocano religioni e tradizioni per possedere terreni e ghiacciai, come la Cina nel Tibet mentre a casa loro, queste grandi nazioni "rispettate" e temute, trasformano in fango chimico e liquami fiumi, laghi, mari. Viene permesso a grandi aziende "democratiche" della pelle e del denim di conciare e lavare i propri prodotti in Corea, in Vietnam, in India dove i controlli sono blandi ed i costi miseri.
E nella nostra piccola Italia che comunque fa la sua parte in questo devastante cammino, sempre più vaga, confusa, disattenta? Produciamo ed importiamo, importiamo senza porci domande, senza ombra di morale.
Abbiamo città che crollano, fiumi che straripano con una sola lacrima, ed aziende che fino a pochi anni fa, cambiavano le date di scadenza sugli yogurt prima di spedirne intere partite nei paesi dell'est non ancora europei. Lasciamo correre giorno e notte l'acqua in tubature di acquedotti fatiscenti che perdono e sprecano fino al 40 per cento della portata e compriamo mezzo litro di minerale naturale, supportata da testimonial e calciatori, ad un Euro la bottiglia per poi forse abbandonarla vuota ovunque.
Uccidiamo i piccoli negozi facendo sempre più grandi ed angoscianti monumenti alla scaffalatura ed al carrello, con parcheggi lunari ed alberelli striminziti annegati nell'asfalto incapaci di fare ombra.
Luoghi dove per arrivare ci si mette in coda con le auto come ai caselli autostradali nei giorni di vacanza, nei sabati frenetici e nelle orge delle promozioni.
Trasformiamo le botteghe in ristoranti, i fruttivendoli in agenzie immobiliari, le librerie storiche in negozi di biancheria intima, le chiese sconsacrate in pizzerie e filiali di banche. Crollano le città ed i monumenti, si sbriciolano le scuole. Tutto sembra galleggiare e sciogliersi come fanno i cubetti di ghiaccio in un aperitivo scialbo decorato con fettine di chiacchere vuote ed inutili.
Lasciamo le campagne, bruciamo i boschi, trascuriamo i fiumi, scaviamo tunnel, progettiamo ponti assurdi e circonvallazioni disperate e andiamo a prendere i pomodori nelle serre olandesi, i pompelmi in Israele, le carni in Argentina, la frutta in Costarica le vacanze in Kenia.
Sapete cosa costa, o meglio, cosa viene pagato ad un contadino italiano un chilo di ottimi e curati pomodori?
10 centesimi, 10 Euro al quintale...
Continuiamo a comprare ketchup, pieno di zucchero di canne lontane e maionesi delle multinazionali chimiche della Svizzera...
Continuiamo a buttarlo quando dimentichiamo le confezioni aperte.
Pronti a ricomprarne un'altra subito il prossimo fine settimana nella baraonda della spesa con i buoni sconti, con il prendi tre paghi due...
Tanto costa così "poco" tutto...
Fra poco anche la vita delle persone, i loro sogni, i loro desideri costeranno più nulla.

martedì 21 agosto 2012

Ri...


(Ri)vedere, (Ri)ascoltare, (Ri)parlare, (Ri)considerare, (Ri)pensare, (Ri)abilitare, (Ri)convertire, (Ri)ciclare, (Ri)scrivere, (Ri)muovere, (Ri)sbagliare, (Ri)scoprire, (Ri)amare, (Ri)nascere...
Credo che viviamo in una epoca, dove tutto è già stato fatto, detto, pensato, provato, consumato e viene affannosamente Ricercato, apparentemente Riscoperto e Riposizionato.
Pensando che ciò comporti contenuti nuovi, significati diversi, risultati inattesi.
Apertura di orizzonti impossibili e straordinari.
Non prendendo minimamente in considerazione che chi non vedeva, non ascoltava, parlava a vanvera, pensava..., spesso sono gli stessi che riscoprono, riqualificano, rinascono.
Ovvio, gli errori e le esperienze aiutano ad osservare meglio, a cogliere dettagli e sfumature sfuggite, ma se il presupposto è il medesimo, ci si riduce a (Ri)mantenere uno stato di cose che comunque non risulta sufficientemente pesante per un reale cambiamento.
Lasciamo perdere il mondo della politica per un momento, dove ci sono docenti e massimi esperti del (Ri), riguardo se stessi e le loro idee, così volubili che il fumo di un fuoco di legna potrebbe essere confuso con un muro solido sorretto da colonne eterne.
Anche se spesso si dimentica che la vera politica siamo noi nella vita di tutti i giorni, nel nostro agire spicciolo, nelle nostre decisioni e compromessi. La Polis.
Anche noi (Ri)guardiamo spesso con occhi diversi le cose, quello che mi interessa è comprendere cosa ha comportanto la diversità dello sguardo. Una crescita od una emergenza, una consapevolezza o una resa, un progredire o un compromesso? probabilmente non ci riuscirò mai.
Per il semplice fatto che risulta impossibile definire l'invisibile linea di confine tra l'emozione e la decisione reale.
Lo si vede molto in rete.
Potentissimo strumento se fosse usato bene per atti coraggiosi e di reale cambiamento, si sta trasformando in un galoppo disordinato verso (Ri)scoperte e (Ri)condivisioni di links in un ingorgo confuso dove si recupera tutto e di più e si sta attenti ai passaggi, ai commenti, ai vari e diversi mi piace, in una gara di consensi che non è dissimile molte volte da ciò che si critica ogni giorno.
le cose piccole rimangono piccole, le scoperte si fanno incontrando gente, camminando sui sentieri della vita con gambe, orecchie, occhi, si costruisce sporcandosi le mani di fango, si scrive cancellando, correggendo, dubitando e scegliendo, si fanno foto perchè si è rapiti non perchè si pensa a pubblicarle, si va in piazza perchè dovrebbe servire, si ascolta e si comprende in un rispettoso silenzio, non correndo su autostrade telematiche, dove industrie commerciali, aziende di comunicazioni, economia speculativa e non reale, politici soliti e poteri forti hanno e stanno costruendo ogni giorno autogrill enormi come centri commerciali dove con una carta fedeltà virtuale sanno tutto di tutti e saranno sempre un passo avanti di ogni idea diversa.
Il (Ri)riciclo di un sistema vecchio come Matusalemme adattato ad un meccanismo che viene venduto come piattaforma della Libertà e nello stesso tempo i misteri diventano sempre più misteri (con sempre meno tempo per studiarli) travolti dalle novità, che per la loro stessa essenza, diventano vecchie domani sostituite da nuove e più accattivanti.
La vita corre, la fanno correre ancora di più non lasciando fiato alle pause, ai vuoti.
Tutto deve essere usato, sfruttato, deve rendere, anche quello che è falsamente gratuito.
Nel miraggio che possiamo andare perfettamente d'accordo con qualcuno in Africa, a Tokio, in Argentina, a Copenaghen, non siamo spesso in grado di dire un buongiorno al vicino e criticare quello che fa l'associazione che ha aperto una sede sotto casa.
In una Italia dove si muore per disperazione, in una Italia dalle promesse mancate, in una Italia silente su gravi casi di violenza istituzionalizzata, economica, privata,  tutto scorre via come acqua sulla roccia, un'Italia dove ogni giorno si comprende che dietro ogni atto è pulsante qualcosa di malato e sconosciuto senza avere possibilità nemmeno di contrastare, sta dividendo e polverizzando la reazione, la voglia di cambiamento.
C'è un bellissimo documentario film di Scorsese su Fran Lebowitz, dove lei dice, tra le tante cose sulla scrittura e l'arte, che prima c'era la televisione, rivoluzione culturale, ora c'è internet ma in fondo è sempre uno schermo. Siamo davanti ad uno schermo, telefonico, del pc o mac.
Schermi che hanno superato i confini, che producono in Cina, in India, in Vietnam, che usano materie prime rare distruggendo l'Africa, che accettano silenziosi il ritorno in fabbrica dei bambini, anzi, non ne sono mai usciti, esattamente come prima della rivoluzione industriale inglese, così osannata nello spettacolo di apertura delle olimpiadi.
(Ri)appropriarsi non basta. E' lo stesso meccanismo perverso consueto.
Bisogna cambiare, con  piccoli passi, piantare fiori nuovi nel giardino e smetterla di sentirsi vittime ed eroi.
Tutto è stato fatto, tranne quello che serve.
Ci sono persone che lo stanno facendo e questa è la speranza che mi sostiene e che mi consente di non avere troppa paura nel futuro.  
     

martedì 31 luglio 2012

Qualcosa nel cuore...

Oggi, dopo una giornata tra il pigro e l'attivo mi è capitata una cosa che mi ha riconciliato con quello in cui credo. Il rispetto della memoria, gli avvenimenti piccoli, le immagini, le storie delle persone, il bianco e nero, il cinema.
Vi faccio vedere una foto del 51, sei anni dopo la seconda guerra mondiale, scattata a Firenze da Ruth Orkin, "american girl in Italy".
In questa foto c'era l'Italia.
I monumenti, la lambretta, i marciapiedi con i bar, troppi e solo uomini nelle strade ad ammirare le straniere.


In un Paesino sparpagliato sulle colline italiane di oggi ho incontrato questa donna ammirata 62 anni fa da sconosciuti fiorentini immortalata in un istante di una Italia piena di speranze.
Guardandola bene, nella foto d'epoca, ha scarpe che si vedono in ogni angolo oggi, ha una borsa ed uno scialle assolutamente indossabili e le calzette bianche di certi uomini li ritrovi purtroppo anche ora come ritrovi gli stessi sguardi mai maturati.
Un post realismo ancora innoquo, non inquinato da progettualità, patti ed accordi, ma denso di una spontaneità pasoliniana abbandonata e malamente usata oggi.

   
Ecco la foto di oggi dove ha tentato di riprodurre un angolo, dove la moto è cambiata e dove lei non corre ma si è fermata, consapevole dell'istante. Dove i passanti non si accorgono della sua presenza.
Troppo impegnati a parlare, portare borse e i riflessi delle vetrine sono più accecanti della realtà.
Questa donna era in Italia nel 1951 ed è tornata.
Non ho chiesto quante volte, non ho domandato perchè, sono cose sue.
Non ho chiesto quanti anni aveva nel 51, sarebbe stato scortese.
Ma forse l'emozione, il sogno, realizzato o meno, ha mantenuto intatto la sua importanza.
Ripercorrere le strade che ha percorso, l'angolo che ha visto e ritrovarlo come era o totalmente cambiato, magari cancellato, non importa.
Il rispetto di essere non deve mai venire meno qualunque rotta si percorra.
Una cosa è certa:
qualcosa le è rimasta nel cuore.
L'Italia dovrebbe ritrovare questo cuore minuto che da sempre ha reso possibili miracoli sconosciuti.